Questo Paese ha paura delle donne











Lotte infinite per ottenere dei diritti naturali, civili e tutele paritarie, sacrifici indicibili per conquistare uno spazio in cui poter esprimere la propria libertà di pensiero, parola e intervento per poi arrivare ai giorni nostri, in cui una società, che si presume evoluta, attraverso una ingannevole strategia, esclude nuovamente la donna dallo scenario di sviluppo sociale.

Non si può pensare di ri confinare la donna nel focolare domestico, facendo una salto nel passato, cancellando innumerevoli battaglie di civiltà. E quindi tra le tante aberrazioni, gridiamo “No” alle pene ridotte per delitti d’onore, per tempeste emotive, “No”a uno stipendio per mantenere noi donne dentro casa. Voglio che arrivi un incoraggiamento a tutte coloro che proseguono il percorso iniziato tanto tempo fa da altre donne che non si sono arrese e hanno lottato con coraggio e speranza perseguendo una causa in cui credevano.  Donne che hanno combattuto una mentalità e costumi antichi, trovandosi spesso in contrasto con il proprio marito o padre, con il proprio datore di lavoro; donne che hanno rischiato di perdere il lavoro, i figli, di finire in carcere o in manicomio. Non mollate! lo dobbiamo fare per loro, per i nostri figli ma soprattutto per noi stesse.

È sconcertante. Le donne in casa non ci tornano in maniera esclusiva, sotto promessa, dietro ricompensa o ricatto. La donna, come l’uomo, in casa ci resta se ha piacere di restarci, se pensa che quello sia il suo impegno principale, se decide di farlo in piena autonomia, nel rispetto di se stessa e degli altri. Al contrario abbiamo bisogno di capire e accettare che le donne possono e devono lavorare e hanno il diritto di fare figli quando vogliono, liberamente senza vincoli di scambio di alcun genere. La maternità non è una sospensione, non è una parentesi di vita, non deve dare l’idea che toglie qualcosa a qualcuno, ma è un valore aggiunto. E cosi deve essere riconosciuto. Molti imprenditori attestano le grandi capacità organizzative delle donne e in particolar modo delle donne-madri. Sono una parte essenziale dell’economia.

La previsione di indennizzare le donne che scelgono le mura domestiche e non il lavoro, dando loro un assistenza economica allettante, esentasse, fino a 8 anni (un periodo veramente lungo per poi pensare a un re-inserimento lavorativo), rischia di aumentare le politiche passive, le politiche di assistenzialismo e indebolire le politiche attive e emancipatorie; rischia di incoraggiare le donne a uscire o mai entrare nel mercato del lavoro; rischia di far accomodare le persone su una poltrona che comunque non sarà garantita in eterno; rischia di far crollare il sistema economico che ovviamente non risulterà più sostenibile se si continua a prelevare denari per dare redditi di ogni tipo senza che questo sia riconvertito in forza lavoro. Sarebbe poi interessante capire da dove verranno tirati fuori tutti questi redditi gentilmente concessi (reddito di cittadinanza, reddito di maternità), ma questo è un altro capitolo.

Si cerca di motivare l’assurda proposta del reddito di maternità come un modo per contrastare la denatalità, oscurando consapevolmente e volontariamente soluzioni conosciute, sperimentate altrove, misure positive ma che chissà per quale motivo in Italia faticano a realizzarsi in modo completo. Vanno bene le mille euro al mese per una famiglia in cui nasce o viene adottato un bambino ma non a condizione che la donna per ottenerle debba rinunciare al lavoro, alla sua emancipazione.

Tra i tanti tentativi di affermare nuove misure a supporto della famiglia si ricorda per esempio la Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali – n. 328/2000, che all’ art. 16 “Valorizzazione e sostegno delle responsabilità famigliari” al comma 1, definisce la famiglia l’istituzione che provvede alla formazione della persona, alla cura, alla promozione del benessere e della coesione sociale. La famiglia è definita come un soggetto attivo il cui fondamentale contributo deve essere riconosciuto dai servizi, nella programmazione degli interventi anche attraverso il sostegno delle forme di associazionismo familiare, della cooperazione e del mutuo aiuto. Al comma 3 enuncia tra le priorità: interventi a favore di maternità e paternità responsabile oltre a quelli già previste, politiche di conciliazione di tempo di vita e di lavoro, servizi formativi e informativi di sostegno alla genitorialità, prestazioni di aiuto e sostegno domiciliare, servizi di sollievo, per affiancare la famiglia nel lavoro di cura, servizi per l’affido famigliare, servizi per sostenere i compiti educativi.

Le risorse economiche, dunque, se ci sono, devono essere utilizzate per sostenere chi sceglie di lavorare fuori casa o a casa, se si vuole, con il telelavoro. Svegliamoci, le alternative ci sono. Il fatto è che non le si vuole mettere in pratica, o perché sostenuto da chi, per  una comodità evanescente vuole sfruttare queste beffarde ricompense o perché, c’è, forse, una paura sommersa ma ben percepibile da parte di alcuni gruppi verso le donne moderne; gruppi che cercano in tutti i modi, per svariati motivi, di tornare al passato, proponendo dolci caramelle che ben presto però, se mangiate, diventeranno amare.

Servono quindi più servizi per la prima infanzia; non bastano isussidi per far fronte alle rette, bisogna rendere universale gratuito l’accesso, è necessario realizzarne dei nuovi e garantire una capillare distribuzione su tutto il territorio, al fine di soddisfare tutta la domanda; micronidi, nidi aziendali, altre forme di servizi, il doposcuola, i campi estivi per i bambini, ecc. Richiediamo forme flessibili di lavoro. Occorre incentivare il telelavoro, lo smart workers. Serve rinforzare i congedi parentali. Si deve promuovere la prevenzione e salute delle donne attraverso la riqualificazione ed il potenziamento della rete dei consultori, dei centri donna e degli altri servizi a suo sostegno in casi particolari.

Quanti soprusi, ricatti, violenze si sono manifestati e si manifestano in un contesto in cui non c’è parità, in cui c’è sempre uno più forte e uno più debole, in cui c’è uno che si vanta di conoscere il mondo e uno che conosce, suo malgrado, solo le mura del proprio villaggio. Impegniamoci quindi per difendere e promuovere i nostri diritti, le nostre conquiste ma anche semplicemente le nostre volontà o i nostri desideri e per applicare pienamente il primo articolo della Costituzione: il lavoro è ciò che dà dignità a tutti. Il lavoro ci da la possibilità di aumentare le nostre conoscenze. Il lavoro ci aiuta a combattere quelle relazioni impari in cui c’è un forte legame di dipendenza economica e psicologica. Il lavoro ci rende sicuramente più liberi. Nessuno può comprare la nostra vita, la nostra dignità.

Da mamma, moglie, lavoratrice, sindaca ma soprattutto da Donna dico: “lo Stato e la società più in generale ci garantisca parità, lavoro e servizi che al resto ci pensiamo noi come la Natura ci ha insegnato!”

Cinzia Porceddu

Sindaca di Gesico